1 gennaio, minestra nel sacco

La nostra è una famiglia che segue le tradizioni, soprattutto a tavola

Bello eh (a parte quando arriva il momento di allacciarsi i pantaloni dopo le abbuffate natalizie), ma ogni tanto anche una bella cenetta a base di scatolette di tonno e aria fritta come quando ero una studentessa fuori sede non sarebbe poi così male. Eh sì, perché spiegaglielo tu al Carlone (a cui voglio tanto bene e per i cui piatti sarò sempre eternamente grata finché morte – o analisi del sangue – non ci separino) che mica stiamo girando lo spot della Barilla e non è che tutti i giorni alle 12:30 in punto abbiamo sempre tutti fame-tempo-voglia di sederci a tavola con tutta la famiglia. Magari ogni tanto si potrebbe anche pranzare alle 14, o saltare un pasto perché tu mi vedi che sorrido e annuisco ma in realtà ho un hangover fotonico; oppure boh, dai, stappiamoci una birretta, mangiamo due(cento) taralli e che ce frega della dieta mediterranea! 

Scherzi a parte, 9 volte su 10 le tradizioni sono una cosa bellissima.
Prendi oggi, per esempio. 

Erano almeno 10 anni che il primo di gennaio non mi svegliavo a casa. Erano almeno 10 anni, quindi, che non mangiavo la minestra nel sacco! Purtroppo non ho una foto del piatto per farvi capire la meraviglia di cui sto parlando; ero talmente felice di ricongiungermi con questa tradizione che non c’è stato modo di convincere la mia mano ad afferrare il telefono e non il cucchiaio. Addio foto, vabbuò. 

La minestra nel sacco, non chiedetemi perché, noi la cuciniamo solo il primo di gennaio. Per questo è così speciale. Vorrei parlarvi delle sue origini, ma la verità è che quando chiedo alla nonna di raccontarmi la favola della minestra nel sacco, pure lei cambia versione ogni volta. E quindi nulla, la minestra nel sacco si mangia il primo di gennaio punto e basta. Prendiamola così, per buona. L’assioma numero 1 alla base delle tradizioni culinarie della famiglia Sola&Sereni. 

È una minestra buffa, diversa da tutte le altre: un intruglio di uova, parmigiano, mortadella e prosciutto, impastati insieme a mo’ di polpettone e poi bolliti in un pentolone pieno di brodo buono, quello di cappone. Si chiama “nel sacco” perché si insacca e si slegazza, proprio come un polpettone. Poi, a fine cottura, si taglia grossolanamente (ho sempre sognato di scrivere tagliare grossolanamente in una ricetta) a cubetti e si serve bella caldina in una ciotola di brodo. Ah, per essere sicuri di digerire e di non cominciare l’anno sentendosi già appesantiti, sarebbe consigliabile berci dietro un bel Lambruschino! 

Non vedo già l’ora che sia l’anno prossimo per mangiarla di nuovo. 

Comunque, in realtà non voleva essere un post-ricetta, anche perché la ricetta della minestra nel sacco è segreta e la sa solo la nonna. Che poi volendo ce la direbbe anche, ma si sa come sono le nonne: non pesano, non dicono, vanno a occhio.
Mani magiche, quelle delle nonne! 

Ho deciso di parlare della minestra nel sacco perché oggi, mentre la mangiavo e pensavo a quanto mi mancava la minestra nel sacco del primo di gennaio, ho pensato che forse, ai tempi, la nonna di mia nonna ha deciso di eleggere proprio la minestra nel sacco come prima minestra dell’anno perché così insaccata, e poi tagliata a cubetti, un po’ ci può ricordare il sacco di avventure e vicissitudini che hanno condito il nostro anno appena passato… e noi ce le sbaffiamo tutte! E quelle più belle, costruttive e divertenti ce le teniamo con noi sotto forma di cuscinetti di grasso, mentre quelle più buie e irritanti le espelliamo una volta per tutte dopo amari e caffè (non dico come perché non vorrei risultare scurrile). 

E così oggi, dopo aver finito il mio piatto di minestra nel sacco, sono uscita a fare due passi per digerire un po’ e ripensare a tutti i cubetti-esperienze di minestra nel sacco che vorrei si depositassero su panza e cosciotte e non mi abbandonassero più. 

Risultato? Mi sa che dovrò cambiare taglia di pantaloni se voglio fare tesoro di tutti gli insegnamenti del 2020! 

Contro tutto e tutti, infatti, il 2020 per me è stato un anno travolgente e colorato. È stato il primo anno in cui ho preso il coraggio di seguire il mio istinto ed essere me stessa. L’anno in cui non solo sono tornata a casa, ma ho iniziato pure a sentirmici, a casa. L’anno in cui ho imparato a impastare pagnotte che manco la Spisni alla sagra del gnocco (perché noi, in Emilia, la focaccia la chiamiamo gnocco!!!). L’anno in cui il nostro giardino si è trasformato in un mercatino del riuso. L’anno in cui ho avuto la fortuna ed il tempo di scoprire quanto è cresciuta, complicata, maturata e bella mia sorella. E con lei, la Sere, che io conoscevo solo come la compagna di merende della Chiara e che ora invece mi rompe le scatole dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina impallandomi il telefono di messaggi. L’anno in cui con queste due piccole donne abbiamo fondato un’associazione culturale senza scopo di lucro dal nome “Ciappinari”, perché crediamo nell’arte di non lasciare in disparte. L’anno in cui ho potuto spupazzarmi i miei cuginetti tanto spesso e tanto volentieri, senza dovermi accontentare di una foto ricevuta qui e là. L’anno in cui mi sono resa conto che non serve volare in capo al mondo per visitare meraviglie sconosciute: anche una piccola città può lasciarci a bocca aperta. L’anno in cui ho capito e accettato che a me mi piaccio di più con gli stivali di gomma e la vanga in mano, che con camicetta e computer sottobraccio, perché mi guardo e quella sono io. Sono io. L’anno in cui abbiamo raccolto più di duecento panettoni sospesi, e così la mia macchina profumerà di zucchero a velo fino al primo gennaio dell’anno prossimo; fino alla prossima minestra nel sacco. 

Buon 2021 a tutti! 

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