Fine primo tempo

Instagram ogni tanto fa anche qualcosa di buono, oltre che rubarmi un fracco di tempo. Oggi, per esempio, mi ricorda che un anno fa , l’11 marzo, ero sdraiata sul giardino di casa, con l’erba del prato che mi faceva il solletico e le prime margherite a ricordarmi che la Primavera stava arrivando.

Ma va là! – ho pensato guardando la foto. Suonerà banale, ma sembra ieri che ero lì. Anzi, ieri è un passato già troppo remoto! Il ricordo del mio braccio colorato di rosa fluo dal pile di mio papà appollaiato sul prato è così vivo in me che mi sembra di vederlo ancora, lì davanti al mio naso, adesso. Sì, mi sembra di esserci lì (e probabilmente ci sarei, se non fosse che oggi il meteo ha pensato bene di ritornare sui suoi passi e ricominciare a inumidirci le ossa). Ma che dico, non mi sembra di esserci lì. Io ci sono lì, ancora, adesso, e ci sarò – spero – per molti altri pomeriggi ancora. 

Avevo appena finito di leggere Siddharta di Hesse, e ne ero rimasta profondamente segnata. Leggendolo avevo letto me stessa; avete presente quella sensazione di sollievo che ti riscalda tutto il petto quando scopri che un autore che manco sa che esisti, magari molti anni addietro, ha saputo descrivere per filo e per segno quello che c’è dentro di te e a cui tu, però, non riesci a dare un nome? Mi sentivo proprio così. Non era la prima volta che mi succedeva, e fortunatamente non è stata neanche l’ultima. Ogni volta che accade, però, la magia è talmente forte da acchiappare il tempo e impacchettarlo in un istante che continua a protrarsi all’infinito, dentro di me, insieme e senza intralciare la normale successione dei giorni.
E’ un po’ come se ogni giorno si svegliassero diecimila Federiche: una, quella più manifesta ed evidente, è la Federica che vive e si muove secondo le dinamiche costruite dalla storia dell’umanità. Dinamiche casuali e non necessariamente salutari, ma, ahimè, legittimate e assai consolidate. Poi c’è la Federica sdraiata sul prato con il pile rosa fluorescente, per sempre viva e presente nelle parole di Hesse. C’è la Federica che torna a casa a bordo della sua Batbegu dopo una giornata di vendemmia nella temutissima vigna di Vignola [1] e guardando la campagna tutto intorno quasi spera che la sua vita finisca lì, così, spensierata, semplice, vera. C’è la Federica che mentre fa le pulizie canta e sculetta a squarciagola; che le viene un groppo in gola ogni volta che sente sua cugina Bianca urlare il suo nome come se avesse appena tirato un rigore. Feeeeeeeeeeeeeeeeeee. La Federica che addenta una tigella con il salame, o un cucchiaione di ragù; che lecca tutti i mestoli che ha usato per cucinare tanto mica se ne accorgono quelli seduti a tavola. La Federica che è arrivata in cima a una salita e ora finalmente si gode il panorama da lassù; che è arrivata a Santiago e meno male che è finita perché quell’unghia incarnita non ne poteva più. La Federica che con sorpresa ritira il primo panettone sospeso da un anonimo benefattore, la Federica che si guarda intorno e non ci crede che quella musica perfetta sta riempiendo i muri del Ribalta grazie ai suoi amici

Molti di voi staranno pensando esticazzi e allora mi fermo qui. Il punto è che questa immagine di tante Federiche che si svegliano tutte insieme alla mattina mi è venuta fuori un giorno così per caso e non se ne va più. Di recente, poi, mi è capitato di leggere L’ordine del tempo scritto dal fisico teorico Carlo Rovelli (ndr consiglio a tutti di leggere se non altro la prima parte, fino a pag. 82) in cui viene dimostrato fisicamente come la tradizionale percezione che abbiamo del tempo sia in realtà totalmente sbagliata. A questo proposito, apro una parentesi su una scoperta che per me è una gran figata: lo sapete che il tempo trascorre più veloce in montagna rispetto a che in pianura? E in generale, in alto rispetto che in basso? (dove per “alto” intendiamo più lontano dal nucleo centrale terreste) Che figata! Ma la vera figata è che, per questo motivo e tanti altri che Carlo Rovelli spiega nel libro molto meglio di quanto possa fare io, il tempo non è unico come invece siamo abituati a pensarlo. 

A pagina 25, in particolare, ho sottolineato questa immagine:
“… il tempo ha perso il primo strato: la sua unicità. In ogni luogo, il tempo ha un ritmo diverso, un diverso andare. Intrecciano danze a ritmi diversi, le cose del mondo. Se il mondo è retto da Śiva danzanti, di Śiva danzanti ce ne devono essere diecimila, una grande danza comune, come un quadro di Matisse…”. 

Che sciocca a pensare che fossero solo le Federiche a essere presenti in quantità industriale! Siamo tante, è vero, ma balliamo e ci intrecciamo con le diecimila Śiva di Carlo Rovelli, le diecimila Nonne Rock che abitano al piano di sotto, i diecimila Zio Peppino che incrocio tutte le mattine al baretto, le diecimila Sarah che vivono a Mulyagonja, in Uganda, e hanno intrecciato il cesto della frutta da cui pesco un’arancia tutte le mattine. 

Ne ero già certa, che il tempo non fosse unico, così come la sua velocità, ma meno male che lo pensano anche fisici affermati della portata di Carlo Rovelli e non solo donne che semplicemente cammino troppo come me. 

Mi è venuta voglia di scrivere di tempo perché la pandemia mi ha permesso di sperimentare ancora di più la sua non-unicitàVediamo se riesco a spiegarmi un pochettino meglio. 
Qualche giorno fa la Chiara, mia sorella, ha condiviso un articolo di Baricco in cui si parla di una seconda morte, oltre a quella ben più nota e di cui da un anno a questa parlano anche i muri e i muti. Una morte strisciante, che non si vede, ed è rappresentata da tutta la vita che, dice Baricco, non viviamo, per non rischiare di morire, per rispettare quello che i Dpcm ci dicono di fare. Un bellissimo articolo, e non fatico a credere che possa essere condiviso da molti.

Non da me, però. Io, in questa pandemia, mi sono sentita molto più viva di quanto non mi sentissi da molto tempo. E credo che sia perché per un attimo – che sta durando un anno – il tempo come lo pensiamo di solito ha smesso di essere quello dominante, e con lui la Federica che vediamo tutti di solito, me compresa, ha smesso di essere la danzatrice dominante, lasciando un po’ più di spazio alle altre Federiche. Come alla Federica con il pile rosa fluorescente sdraiata sul prato dopo avere letto Siddharta. 
Queste Federiche hanno fatto meno cose, hanno visitato meno città, preso meno aerei e macinato meno kilometri. Ma alcune di loro hanno vissuto un tempo così pieno e vero che io, la Federica manifesta e dominante, lo percepisco ancora oggi, accanto a quell’altro tempo che invece mi dice che sono le 15 e 39 del pomeriggio e io non ho ancora messo su la peperonata che secondo i programmi avrei dovuto finire di cucinare entro le 16 del pomeriggio. Ops. 

Forse è grazie a queste diecimila Federiche danzanti che nonostante tutto io mi sento così viva. E’ grazie a loro che riesco a essere contemporaneamente qui a scrivere e a sdraiarmi sul prato di casa con il pile rosa. Tutte queste Federiche mi scombussolano la percezione del tempo, facendomi sembrare così vicini degli eventi che ormai si sono manifestati un bel po’ di mesetti fa, facendomi sentire sempre viva.

Chissà se ci avete capito qualcosa. Ho paura di no. Per fortuna, però, mi viene in aiuto proprio il Siddharta di Hesse, che dice così: 

“…Le parole non rendono un buon servigio al significato segreto, tutto risultua sempre un po’ meno diverso quando lo si esprime a parole, un po’ falsato, un po’ folle, sì, e anche con questo sono perfettamente d’accordo, che ciò che è tesoro e saggezza d’un uomo suoni sempre un po’ folle alle orecchie altrui”.

Anche a questo stavo-sto pensando quando ero-sono sdraiata sul prato con il pile rosa. 


[1] La vigna più pendente dei circa 10 ettari di proprietà della Fattoria Moretto, che però è anche la più bella. Se non vi fidate, vi consiglio di fare un salto in cantina nel periodo della vendemmia (fine Settembre-primi di Ottobre). 

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