Se potessi fare una domanda a Thoreau

Se domani mattina, strofinando la teiera, uscisse fuori Jafar, gli chiederei di farmi fare un tuffo all’indietro, nel passato, più o meno intorno al 1860. Così, se fossi proprio fortunata, magari riuscirei a combinare un incontro con Thoreau e togliermi finalmente una curiosità che mi attanaglia. Gli vorrei chiedere se pensa che io comprenda l’arte di Camminare

Appena si prende in mano il suo Walking, una delle prime dichiarazioni che si incontra è questa qui: 
… Nel corso della mia vita ho incontrato soltanto una persona o due in grado di comprendere l’arte di Camminare, ossia di compiere delle camminate – persone che mostravano, per così dire, un talento per vagabondare (sauntering)”. 

Io penso di comprenderla, l’arte di Camminare. E, continuando a leggere, sembra quasi che anche Thoreau mi dia ragione. Un po’ di parole e qualche riga più tardi, infatti, a proposito del termine sauntering, dice così:
“…Altri però fanno risalire il termine a sans terre, cioè senza terra o casa, che dunque significa, in senso positivo, non possedere un’abitazione particolare ma sentirsi egualmente a casa dappertutto. Perché questo è il vero segreto di una camminata riuscita”. 

Ma questa sono io! Devo avere avuto un qualche antenato vicino al lago Walden, nel Massachusetts, e che era solito passeggiare insieme a Thoreau. Analizzerò l’albero genealogico dei Bergonzini il più presto possibile. 

Il nome di questo blog, traparentesi, è saltato fuori proprio da qui, da queste frasi. Ho trascorso la maggior parte della mia vita nella stessa città – Vignola – e non ho visitato nemmeno un milionesimo di tutti i paesi che compongono il nostro coloratissimo mondo, eppure mi sento, sono, un vagabondo

Sono una tigella vagabonda [1]che ovunque va, che sia in un paese esotico e lontano, nella cittadina confinante, a casa di un amico, persa lungo un sentiero, sdraiata in un prato o seduta in un bar, si sente sempre a casa sua. Magari sono appena arrivata, magari è la prima volta che varco la soglia di una porta, eppure lì sento che ci potrei vivere. Per questo, a chi incontro lungo il cammino, porgo sempre il mio sorriso più sincero. Anche tu sei casa mia. 

Forse potete capire quello che intendo se anche a voi è capitato di camminare per un paese, una città, una strada o un parco e di sentire, passo dopo passo, una vocina farsi spazio dentro di voi. Staremmo bene qui – dice la vocina. Ed è probabile che abbia ragione: c’è un’aria pesante intorno a noi, e non perché sia opprimente, ma nel senso che è piena di cose non dette, di fili invisibili, di storie non scritte e che quasi sicuramente sono destinate a restare pagine bianche. Perché alla fine quasi sempre dopo una camminata decidiamo di tornare a casa. O comunque nel posto a cui siamo abituati attribuire questo nome. 

Praticamente ovunque io abbia messo piede ho pensato a come sarebbe se quel posto diventasse la mia casa. Lo penso quando cammino per Montebudello, o quando vado al lavoro per le campagne di Castelvetro. Lo penso al mare, in Appennino, in città e in montagna. L’ho pensato in Australia, in Cile, e in ogni altro Paese che ho avuto la fortuna di visitare. Alla fine, però, sono ancora qui a Vignola. O perlomeno i miei piedi sono qui, e la sera dormo quasi sempre nello stesso letto sotto le solite quattro mura. 
Ma è davvero necessario essere proprietari di quattro mura di mattoni per chiamare un posto casa? Forse no. Così come non è necessario prendere un aereo o visitare un luogo sconosciuto per sentirsi un vagabondo. Basta mettere il naso fuori di casa. 

“…Forse, al contrario, dovremmo affrontare anche la camminata più breve pieni di spirito di avventura, come se partissimo per un viaggio senza ritorno.”

Dai, questa Thoreau me l’ha rubata! 

Mi viene da sorridere e subito penso a quella volta che a Campiglio mi sono ritrovata da sola avvolta in una cortina di nebbia nel tratto di campagna che si attraversa scendendo per via Borre. Mi sentivo molto avventuriera e selvaggia, fino a quando, in lontananza, mi è parso di vedere (dico parso visto che tra miopia e occhio pigro non mi definirei esattamente un falco pellegrino) l’ombra di un cane piuttosto grosso. Pareva che corresse. Cosa vuoi che sia, mi sono detta, e ho continuato per la mia strada. Poi però il cane misterioso ha cominciato ad abbaiare e sono quasi sicura non ci fosse nessun altro in quel momento in via Borre, oltre a me e la nebbia. Non tanto per la paura, quanto per prudenza, mi è toccato allora cambiare strada. Tornare indietro, però, significava allungarla di circa un’ora, e allora ho deciso di tagliare a caso per un’altra stradina che non avevo mai percorso. Non l’avessi mai fatto. Alla fine, non solo non ho tagliato un bel niente, ma sono finita pure nella strada a serpentina che collega Vignola a Castelvetro e dove mi è toccato camminare per quasi un’ora nell’unico centimetro di asfalto disponibile per i pedoni, sperando di essere vista dalle macchine che sfrecciavano su e giù per i tornanti. Io ovviamente ero completamente vestita di nero. 

E’ stato troppo divertente! Per tutta la serpentina non ho potuto fare altro che prendermi in giro, sicura che se avessi continuato per la solita stradina avrei probabilmente scoperto che il grosso cane lupo dal feroce abbaiare era in realtà un tenero barboncino in pausa pipì. 

Cane nebbia e serpentina a parte, il punto è che ogni passeggiata può trasformarsi in una nuova avventura. Magari c’è una luce particolare, è sbocciato un nuovo fiore, o incontriamo qualcuno di misterioso e interessante. O magari siamo semplicemente cambiati noi rispetto all’ultima volta che eravamo passati di lì. Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, scriveva Eraclito. Non si passa mai due volte per la stessa stradina di Campiglio, dice febegu.

Campiglio, per esempio, prima della tiritera gialla-arancione-rossa devo ammettere che non la avevo mai cagata di striscio. Adesso, ogni scusa è buona per me per mettermi in cammino verso questo minuscolo e grazioso borghetto, e fantastico di portarci un po’ di musica dal vivo con l’aiuto dei Ciappinari. 

Ma torniamo a noi (già non possiedo il dono della concisione, se comincio a parlare di sentieri e cammini poi si salvi chi può!). A Campiglio ho cominciato a sentirmi a casa da quando, sul paletto di un’altra casa, ho intravisto questa conchiglia. E’ la conchiglia dei pellegrini; i vagabondi sans terre di cui parla Thoreau, che camminano verso la Saint Terre (ndr da qui il termine sans terre). “Solo chi ha fatto il Cammino lo sa”. Così scrisse Leo sulla mia copia di Santiago, e in effetti è proprio così.
Meno male che per tutte queste case non serve una chiave, altrimenti tra me con il mazzo di chiavi appeso ai pantaloni e un detenuto con la palla di piombo al piede non ci sarebbe alcuna differenza.

Per vedere la conchiglia – e il panorama bellissimo che si apre davanti a lei – uscendo dal Borgo di Campiglio, chiesa alle spalle, imboccate il Percorso Benessere alla vostra sinistra, in direzione di Villabianca. Se siete fortunati, all’orizzonte potreste vedere anche il Cimone. 

Chissà cosa penserebbe Thoreau dopo una passeggiata a Campiglio insieme a me. 


[1] Tigella perché, come (credo) scrissi anche nel post di presentazione, le tigelle sono l’unica cosa che mi spingono a dubitare della mia capacità di restare troppo tempo lontana da casa. O comunque, da un negozio di alimentari che venda lo strutto. 

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