Grazie al CAI-ZZO

Per la prima volta da quando sono nata, questa estate mia madre era più abbronzata di me. 

E chissenefrega, direte voi. 

Mi frega sì! Mia madre, infatti, è una di quelle persone che la crema solare se la deve spalmare anche sul cuoio capelluto se non vuole diventare dello stesso colore di un peperone crusco. E non importa a nessuno che abbia mezzo tubetto di protezione 50+ spiattellato in faccia: puntualmente ogni estate il sole evidenzia il contorno del suo volto con la stessa fluorescenza di un evidenziatore Stabilo nuovo di zecca. Io, per fortuna, ho preso da mio padre e dopo un giorno di mare più che a un unicorno rosa fluo assomiglio a un serpente bruno reale[1], nel senso che sono molto nera e pure molto squamata – perdoname madre por mi skin care loco. Quindi, l’unica chance che mia madre ha di vincere il derby-abbronzatura è che io il mare non lo veda manco di striscio. Ipotesi, questa, tutt’altro che probabile, per lo meno fino a qualche tempo fa. Già, perché poi nel frattempo è accaduto un fatto tanto triste quanto sconvolgente…

[…]

Ho cominciato a lavorare. E non è finita qui: si vede che durante gli studi devo avere cazzeggiato veramente tanto perché adesso per recuperare lavoro persino il sabato. Così, i miei tipici tre mesi trascorsi a cuocere al sole in modalità costina alla griglia in men che non si dica si sono ridotti a tre ore (scarse) passate sul solito lettino di Aldo Beach Center a Portoverde perché la verità è che, lavoro a parte, tre ore di spiaggia sono il massimo che io possa sopportare, dopodiché, ciao Aldo è stato bello ma io ho bisogno di un sentiero, ho bisogno di un faggio, di polenta e di formaggio! Prima di iniziare a parlare di sentieri, però, ci tengo a spezzare una lancia a favore del mio lavoro: l’estate in cantina, ragazzi miei, è una gran ficata! Si sta più freschi che in Coop davanti al banco dei latticini. Consiglio a tutti. 

Ma concentriamoci sui sentieri. Mi sa proprio che la vecchiaia mi sta trasformando in una lupa solitaria. Spero che questo significhi che anche io, come la lupa di Romolo e Remo, troverò due pupi avvolti in un lenzuolo lungo il fiume Scoltenna. Così risolverei finalmente il dilemma di desiderare tanti pupetti ma un marito per l’amor del cielo, neanche dipinto. Comunque, lupe a parte, non solo ho appurato di essere ufficialmente una tipa da montagna, ma ho scoperto che gironzolare per gli Appennini in solitaria è il metodo più efficacie per ricaricare il mio tempo, il mio spirito, e le mie energie. E’ come se da sola fossi in grado di percepire una intimità più profonda con chi abita i sentieri ogni giorno da un tempo immemore. Soprattutto ho scoperto di avere un certo feeling con i faggi. Devo essere stata una gran faggia in una vita precedente, sì sì sì. Ed è come se questo feeling e questa intimità si indebolissero man mano che aumentano il numero di scarponi da montagna che battono il sentiero. Di sicuro la puzza di piede non aiuta, ma comunque. Non è facile condividere la strada con un’altra persona dopo che un faggio ti ha aperto il suo cuore dichiarandoti amore eterno se poi quando sei in compagnia non ti degna più neanche di uno sguardo. Ci sono, ovviamente e fortunatamente, le eccezioni che confermano la regola, ed io questa estate ne ho incrociate un po’ sui miei passi ed è stato fortissimo. Ve lo racconto un’altra volta però, che in questo momento la mia scrittura è piuttosto arrugginita e non mi va di arrugginire certe cose che ho dentro la pancia, di fianco alla polenta. 

Sui sentieri del nostro Appennino mi sento viva, e mi sembra di essere finalmente me stessa. A dirla tutta, potrebbe suonare quasi offensivo dire che sono da sola. Come si può essere soli in un bosco? C’è solo vita tutto intorno. E qui, ancora una volta, ritrovo le parole di Thoreau: “Ero così distintamente conscio della presenza di qualcosa a me affine, perfino in scenari che siamo abituati a chiamare selvaggi o cupi, e anche che i miei più umani e massimi consanguinei non erano una persona o un paesano, tanto da pensare che nessun luogo mi sarebbe mai potuto essere estraneo”. 

C’è un problema, però. Se scopri di essere una sciupa-faggi e non puoi fare a meno di architettare strategie per rimanere sola con lui, sarebbe auspicabile possedere un minimo di senso dell’orientamento. Per quanto la mia passione per i faggi sia forte, infatti, ahimè non si vive solo di amore. Anzi. Più che una buona forchetta mi definirei un ottimo set di posate, e non so quanto a lungo sarei in grado di sopravvivere senza ingurgitare pagnotte e vino. Fortunatamente, ancora una volta la sorte pare essere dalla mia parte e per rendere più agevoli i miei appuntamenti romantici coi faggi ha deciso di dedicare sempre più cura ed attenzione al tracciamento dei sentieri, anche in Appennino! Che le Dolomiti esistano e siano bellissime lo sanno anche i muri. Ma io, che ho il gusto dell’orrido, con le montagne come coi ragazzi, alle signore Alpi preferisco i simpatici Appennini. Sono più morbidi e più autentici, proprio come gli uomini con la pancetta. 

Così, un giorno di questa estate, camminavo sola soletta lungo un sentiero direzione Libro Aperto, quando incontrai il faggio della mia vita e presi letteralmente una gran sbandata tant’è che per un attimo persi la traccia dello 00. Considerando che non avevo con me né scorte di pane né centilitri di lambruschino, Dio solo sa che misera fine avrei fatto se non fosse stato per le famigerate bandierine bianche e rosse del CAI che, freschissime di vernice appena spennellata volontariamente da una qualche buonanima, sono presto saltate all’occhio anche di una talpa miope come me! Fu in quell’occasione che, ritrovando la bandierina CAI sui miei passi, ho pensato: 

“Grazie al CAAAAIIIIIIIIIIIIIzzzzooooooooo!!!!!!!” 

Adesso non ne sono più così sicura ma giuro che in quel momento mi ha fatto molto ridere. Così tanto da trasformarsi in una sorta di condanna: non riesco più a guardare una traccia CAI senza pensare, tra me e me, grazie al CAIzzo. Ops. Ma tutto sommato è vero e dovremmo ripetercelo tutt* un po’ più spesso: grazie al CAIzzo che si prende cura dei nostri sentieri del cuore facendoci arrivare sani e salvi e dai nostri amati faggi, e dai nostri taglieri di salumi e formaggi. 

Forse dovrei mollare tutto e andare a vivere in un bosco di faggi, proprio come Thoreau. Così non dovrei più lavorare e tornerei a vincere la gara dell’abbronzatura contro mia madre. 
Che faggio, vado? 

Ok, davvero triste lo ammetto. Forse la montagna mi fa peggio del previsto. 

Ps: avrei voluto aggiungere qualche immagine dei boschi e delle cime Appenniniche che hanno accompagnato la mia estate, per provare a convincere qualcun* di voi a mollare la A14 per imboccare la Fondovalle in direzione del crinale. Ma come sempre accade quando mi sento veramente bene, non ho scattato praticamente neanche una foto. Nel mentre che cerco di recuperare, però, potete rimediare andando a curiosare tra gli scaffali della rinnovatissima Quercia dell’Elfo alla ricerca della guida dei sentieri CAI dell’Appennino Tosco-Emiliano. Saranno gli 8 eurini spesi meglio della vostra vita, ma giù le mani dai miei faggi


[1] Ovviamente ho cercato il nome scientifico di un serpente nero su Google. Io non so assolutamente nulla di fauna, a parte che del maiale non si butta via niente. R.I.P.

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